DL DIGNITÀ: BRUNETTA, “BOCCIATO DA RAGIONERIA E CONFINDUSTRIA. MANCANO LE COPERTURE”

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Il cosiddetto decreto Dignità, presentato dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi di Maio, sembra già essersi arenato per mancanza di coperture, che, secondo i calcoli della Ragioneria Generale dello Stato, sarebbero pari a circa 3,5 miliardi. Così, il tanto atteso decreto che, almeno nelle intenzioni dichiarate dallo stesso ministro, avrebbe dovuto rivoluzionare in un colpo solo il Jobs Act di Matteo Renzi, dare un colpo di spugna alla pubblicità sui giochi e introdurre draconiane misure punitive per le aziende italiane che decidono di delocalizzare all’estero la loro attività, è già arrivato al suo terzo rinvio. La parte del decreto che riguarda il lavoro, inoltre, non è piaciuta a Confindustria e agli imprenditori, che l’hanno pesantemente criticata. La stretta sui contratti a termine e sui contratti di somministrazione sono visti, infatti, come una minaccia dai datori di lavoro e come un aggravio dei costi a carico delle aziende, già a livelli insostenibili rispetto agli altri stati europei. 

I tecnici del ministero dell’economa, nel passare al vaglio le misure contenute nel decreto, hanno trovato, oltre che a delle inesattezze tecniche, nate probabilmente per via dell’eccessiva fretta con la quale il documento è stato scritto, un vero e proprio buco di bilancio, per cui hanno ritenuto di non poter dare il loro assenso alla prosecuzione del decreto. La stessa cosa sta avvenendo anche per quanto riguarda l’introduzione del reddito di cittadinanza, un altro tradizionale cavallo di battaglia del ministro Di Maio, che non decolla per lo stesso motivo: NON CI SONO I SOLDI PER FINANZIARLO. 

Si sta in questo modo evidenziando una scollatura tra la volontà del Movimento Cinque Stelle di introdurre nel più breve tempo possibile norme costosissime ma dall’efficacia del tutto incerta e il rigore con il quale il ministro dell’economia Giovanni Tria sta portando avanti il suo lavoro, con l’obiettivo di mantenere sotto controllo i conti pubblici, per evitare un ulteriore aumento del debito pubblico, che già ha toccato il massimo storico di oltre 2.300 miliardi. 

Ricordiamo al ministro Di Maio che la legge di contabilità dello Stato e la Costituzione impongono che le norme finanziare che producono costi per il bilancio dello Stato devono indicare anche le risorse con le quali farvi fronte, e che queste coperture devono essere esplicite, certe e non aleatorie. A quanto pare, il leader del Movimento Cinque Stelle, senz’altro bravo a fare propaganda politica ma poco esperto di amministrazione pubblica, non è ancora entrato nello spirito di come si scrivono e si fanno eseguire le leggi.   

In attesa che il vicepremier impari, facciamo presente che, dopo ben sette consigli dei ministri effettuati, IL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE NON HA ANCORA PRODOTTO UN SOLO ATTO NORMATIVO SUL FRONTE ECONOMICO, FISCALE E SOCIALE. Mentre il tempo passa, le promesse fatte durante la campagna elettorale si stanno sciogliendo come neve al sole. Per un leader che accusava continuamente i precedenti governi di inattivismo, il non concretizzare nulla potrebbe rivelarsi un grosso problema da spiegare poi al suo elettorato”.