LA VITA QUOTIDIANA, LA FAMIGLIA E L’EDUCAZIONE NELL’ANTICA POMPEI - (TERZA PARTE) IL MATRIMONIO NELL’ANTICA POMPEI

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La donna si sposava molto giovne con un uomo scelto, il più delle volte, dai genitori. Anche questo costume andò modificandosi col tempo. La fanciulla che andava a nozze rinunciava alla religione del proprio “Focalare” per quello del “Focolare” del marito; e i diritti che il padre aveva su di lei, si trasmettevano al cittadino che la prendeva in moglie.

L’uso prevedeva un fidanzamento, durante il quale i genitori si scambiavano promessa di matrimonio a cui faceva seguito il dono dell’anello da parte dello sposo, alla sposa. In età imperiale i fidanzamenti venivano fatti con contratti scritti.

In genere non si sposava nei mesi di Marzo, Maggio, nelle prime due settimane di Giugno, in tutti i giorni di calende, none e idi.

Nel matrimonio vi erano limitazioni; difatti, i senatori e i loro figli non potevano sposare liberte. Gli stessi e le loro donne non potevano sposare nè attori nè attrici. Era escluso altresì il matrimonio fra tutore e pupilla. I Magistrati repubblicani che governavano provincie non potevano sposare donne nate e viventi nella provincia stessa. Inoltre, i soldati non potevano contrarre matrimonio, però, non si sa se uomini coniugati potevano arruolarsi dopo il matrimonio.

Le nozze con cui la donna passava dalla tutela del padre a quella del marito, venivano celebrate secondo uno dei tre riti seguenti:

1.CONFARREATIO:  era una forma di matrimonio molto antica e solenne, praticata solamente dalle famiglie patrizie. Per celebrarlo occorreva la presenza del Pontefice Massimo e del Flamine Diale, oltre a dieci testimoni. Durante la cerimonia si celebrava un sacrificio a Giove, e gli sposi dovevano consumare una focaccia di grano sacro stando seduti su due sgabelli. Ma questa forma di matrimonio cadde in disuso e divenne una prerogativa dei soli Flamini.

2.USUS:  era la decisione di un uomo e una donna non coniugati, già convissuti per più di un anno senza interruzione, di formare una nuova famiglia. Però non bastava il solo atto del convivere, occorreva anche la dichiarazione consensuale di volersi unire in matrimonio.

3.COEMPTIO:  era probabilmente la forma plebea di nozze; il padre simulava la vendita della figlia al futuro marito. Per celebrare questo tipo di matrimonio occorrevano cinque testimoni ed una bilancia, forse per pesare il metallo o la merce che lo sposo doveva al suocero per acquistare la moglie.

Indipendentemente dalla forma scelta, stabilita la data di nozze, fidanzati, parenti e amici si riunivano nell’atrio della casa della sposa. Quest’ultima, deposta la “toga praetexta”, vestiva una tunica bianca chiusa in vita da una cintura di lana, il capo coperto da un velo color del fuoco, che poi veniva teso anche sul capo dello sposo. Le sue chiome erano divise in trecce legate da nastri e le scarpe erano di pelle gialla tinte con lo zafferano.

In età imperiale il cerimoniale delle nozze cominciava al mattino. Si celebravano i riti religiosi e si firmava il contratto di nozze, unendo le mani destre alla presenza di una matrona “pronuba” che faceva da protettrice del matrimonio.

Dopo, il padre della giovane offriva un sacrificio ed infine si dava inizio al banchetto che cesava agli inizi della sera quando la donna era accompagnata nella nuova casa. Di solito ci andavano a piedi ed era preceduta da un ragazzo che agitava una fiaccola di pino selvatico. Seguiva un corteo rumoroso che cantava l’Imeneo o inno nuziale. Giunti a destinazione, lo sposo che attendeva sulla soglie gettava una manciata di noci a tre ragazzi, dietro loro invito, per dimostrare che poneva fine ai giochi infantili e chiedeva alla donna chi fosse. Avuta la risposta, sollevava da terra la sposa, per non farle toccare la soglia (malaugurio) e la deponeva presso il focolare domestico. Il giorno dopo si celebrava nella casa dello sposo un secondo banchetto (repotia), e la sposa novella recava la prima offerta agli Dei della famiglia in cui era entrata.