SESSO IN CITTA'- IL LUPANARE

Le frequentazioni di questo bordello erano numerosissime poichè il sesso a pagamento era un libero esercizio nel costume sociale dei pompeiani
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Nella meravigliosa città dell?amore dedicata a Venere, che l?amava più di Sparta, il sesso a pagamento era un libero esercizio nel costume sociale di un popolo. Questo tempio era  il lupanare che oggi chiameremmo bordello. Così, avremmo, volgarmente, etichettato questo stabile urbano di Pompei antica. Era (ed è) un edificio ad angolo, prospettante su due strade del centro urbano dell?antica città, prossimo alla casa dei Vetti ed al ?Forum?. Un poco defilato come conveniva, non tanto per un senso di morale pubblica ma, piuttosto, per la convenienza dei frequentatori che, essendo di varia estrazione sociale, probabilmente, preferivano un poco di discrezione. Lo stabile ha un suo pregio architettonico, non tanto per le sovrastrutture che sono abbastanza scarse, ma piuttosto per il fatto di essere un edificio a due piani, cosa abbastanza rara per il tempo. La data dello scavo risale al 1862, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, e, probabilmente, sotto la soprintendenza di Alessandro Dumas figlio che, per un breve periodo, proprio su ordine dell?eroe dei due mondi, assunse la direzione degli scavi di Pompei. La struttura si trova all?incrocio tra il Vicolo del Balcone pensile e Vicolo del Lupanare. Essa è improntata al massimo della razionalità con lo sfruttamento di tutti gli spazi possibili. Il piano terra ha due ingressi che immettono in una stanza centrale su cui si aprono delle stanzette semplicemente arredate da un letto in muratura. Un terzo ingresso corrisponde ad una scala molto ripida che conduce al piano superiore. Da qui si passa, attraverso una balconata che gira tutto attorno l?edificio e funge da disimpegno, alle altre cinque stanze, al primo piano, dette ?celle meretricae?.

            La grande frequentazione di clienti è testimoniata dalle incisioni erotiche lasciate, dagli stessi, sulle pareti delle stanze che riportano le prestazioni sessuali di cui avevano avuto il piacere. In alcuni casi erano addirittura illustrate con dovizia di particolari. Il successo del sito è scontato, anche perché, a Pompei, soggiornavano molti stranieri e, soprattutto, i soldati romani provenienti dalle campagne belliche. Nella città, l?antico mestiere, era un?attività del tutto normale che rientrava nei canoni esistenziali di un popolo. Nessuna meraviglia dunque se anche nelle case patrizie, i padroni ricavavano utili facendo prostituire, dietro compenso, le schiave che avevano a disposizione. Il sesso era un libero esercizio. Del resto, la stessa ostentazione degli attributi maschili, era un motivo ricorrente ed addirittura, essi, erano oggetto di decorazione parietali di alcune case pompeiane, come la casa dei Vetti, ove un Priapo mostra un fallo di enormi dimensioni. Infatti l?organo maschile era ritenuto simbolo beneaugurante di abbondanza, strumento di procreazione e di ricchezza, tanto che,  posto sul piatto della bilancia del benessere, competeva con i frutti della terra.

La specie umana ( o se volete vivente) ha due prerogative: l?alimentazione e la procreazione. Le due cose a Pompei, come in tutto il mondo classico, camminavano sullo stesso binario della vita e nessuno si scandalizzava per questo. Il sesso, dunque, rappresentava un aspetto fondamentale di queste persone e se lo procuravano anche attraverso la pecunia. I clienti più soddisfatti, esprimevano la loro gioia in modo disinvolto, rappresentando sui muri della città, attraverso incisioni (graffiti), i nomi delle più famose meretrici, raccomandandole ad un più vasto pubblico. La famiglia era intesa quale rapporto aperto, ove, la libertà dei costumi, rappresentava una prerogativa imprescindibile. La condizione femminile, a parte la deprecabile posizione di schiavitù per alcune, frutto di acquisti o di conquiste, era improntata sulla parità dei diritti e dei doveri. Non vi era subalternità. Si raccontano anche episodi di amanti violenti e gelosi che ricorrevano a fatti estremi, ma la legge li puniva severamente. Molte di queste donne, che si dedicavano all?esercizio della prostituzione, senza per questo incorrere nelle ire moralistiche e rappresentare uno scandalo, raggiungevano anche posizioni sociali di una certa importanza, divenendo poi libere ma continuando, in proprio, l?antico mestiere. Alcune di esse sono passate alla leggenda per la loro bellezza e per le brillanti prestazioni che riuscivano ad esprimere per la soddisfazione del cliente. Una di queste, una certa Zmirina, che ovviamente non faceva parte della scuderia del Lupanare, raggiunse il più alto grado di notorietà nel mestiere. Era una schiava, sebbene non si conosce la provenienza, divenuta in breve tempo affrancata che selezionava i propri clienti per capacità economiche e potenza politica. I suoi incontri erano esclusivamente con gente di alto grado sociale, anche perché molto cara. Era di una bellezza sconvolgente. Divenne molto famosa per le sue capacità amatoriali, non solo a Pompei, ma anche nei paesi limitrofi e nella capitale dell?Impero. Zmirina era una grande meretrice. ?Alta, possente, capelli di rame, dai sottili occhi di smeraldo che lampeggiavano in un volto ambrato e ferino, dalle forme che coesistevano in un equilibrio prodigioso, una donna che era un sole carnale?. Maestra indiscussa dell?arte amatoriale, si fregiava di lei lo stesso imperatore Vespasiano che la convocava a Rieti per incontri amorosi. Si racconta che Plinio, il grande scienziato storico- naturalista ed ammiraglio della flotta imperiale romana, di stanza a Miseno, la convocasse presso la sua dimora per godere, con lei, momenti di grande serenità. Con l?eruzione del 79 d.C. oltre a scomparire una intera città, sepolta dalla cenere a dai lapilli, scompare anche una civiltà che, se per molti appare lasciva, per altri poteva rappresentare un modello di convivenza.