POMPEI, DA CITTA' A "VOCAZIONE TURISTICA" A CITTA' "TURISTICO-CULTURALE"

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Uno degli aspetti divenuti nel tempo preoccupante è sicuramente la definizione di Pompei città a "vocazione turistica". Il termine fu sollevato per la prima volta in una seduta del C.C. del 1990 inizio legislatura. Da allora il tempo è passato e del termine vocazionale raccogliamo solo disagi e contraddizioni con ricadute non sempre coerenti e di buon gusto urbano.

Qualcosa è sfuggito di mano ed alla fine di un percorso ci troviamo con una città sovraffollata, scarsamente organizzata, privo di servizi al cittadino e priva di servizi al turista. Alcuni settori sono cresciuti a dismisura senza alcun controllo ed a semplice iniziativa privata non sempre legale.

L'improvvisazione e il voler seguire volontà espresse dagli operatori economici, fuori da ogni controllo, rappresentano, oggi, una realtà non inclusiva che contraddice e confligge con gli interessi generali. Per cui si ha l'immagine di una città fortemente contraddittoria con fenomeni preoccupanti per il profilo che il paese dovrebbe avere.

Infatti l'impressione è che ci sia stato, nel tempo, una dominanza di interessi economici di alcuni settori a scapito della vivibilità del paese. Aspetti che si denotano e si manifestano in ogni occasione anche quando si vogliono promuovere iniziative attrattive. Il cattivo gusto sembra prevalere e dominare la scena urbana.

La grande mole di visitatori che giungono a Pompei, è rappresentata esclusivamente da presenze disomogenee; dal turismo culturale, ma anche da presenze dell'hinterland vesuviano che danno un'immagine non molto lusinghiera. Di turismo si può anche morire ed è questo l'allarme che dovrebbe consigliare un più attento approccio alle problematiche che il paese ha di fronte.

Una più attenta disamina del problema dovrebbe consigliare la necessità di un superamento degli attuali standard di vivibilità, sicurezza, accoglienza, servizi adeguati ed operatori seri e non improvvisati a favore della qualità e non della quantità. Si tratta di fare un passo avanti sulla scia dei grandi attrattori turistici nazionali che da tempo hanno intrapreso nuove strade e diverso approccio al sistema del comparto. La novità, che potrebbe apparire solo semantica, è comprendere che l'unica svolta possibile per la nostra città non è più quella di un paese a vocazione turistica ma un paese a vocazione culturale ovvero turistico-culturale.

 "Fare politica culturale del territorio significa, quindi, mettersi in relazione con la storia e la tradizione di quello specifico contesto, misurarsi con le complessità del mercato culturale e stimolare in primo luogo tutti i protagonisti con le competenze di cui sono portatori ad agire in maniera complementare, perché dalla ricchezza dell’offerta nascano occasioni di condivisione e di progresso civico. Significa, inoltre, avere uno sguardo terzo, strategico e d’insieme, che segni i tratti di una strada di sviluppo che tutti siano chiamati non solo a seguire, ma soprattutto a costruire in modo partecipato e sistemico. Vincere la sfida del futuro per il settore significa, dunque, integrare le competenze e guardarle nel suo insieme, rispettare le peculiarità in un processo di costante e virtuoso sostegno reciproco, in cui non vi è successo se non è l’esito dell’interdipendenza tra i vari soggetti della filiera".

Il grande attrattore Pompei non è il luogo dell'evento occasionale ma un riferimento costante di ricerca ed innovazione della proposta culturale. Non ha più alcun significato, né produce vantaggi pensare alla promozione turistica dei tour-operator improvvisati che sprecano il loro tempo e i nostri soldi (da incompetenti) in settori ove prevale la professionalità e le competenze che si traducono in assetti urbani stabili ed efficaci.

Alla domanda di un moderno turismo esperenziale che dovrebbe essere il riferimento della vasta area costiera e vesuviana capace di imprimere un cambiamento culturale con iniziative innovative e nuovi percorsi; assumere l'iniziativa di proposte in ambito culturale legata ad una storia millenaria e da quella più  recente.  La moderna concezione del turismo esperenziale non è la scarna enunciazione di un termine di cui si ignora il significato è, viceversa, la nuova frontiera. Esso rappresenta la predisposizione del viaggiatore che si muove in termini autonomi e su percorsi scelti autonomamente ove prevale la volontà della conoscenza dei luoghi e del territorio attraverso un insieme di esperienze cha vanno dalla gastronomia, alla cultura dei luoghi, alla conoscenza degli usi e delle tradizioni, alle bellezze naturali e panoramiche.

La Storia, in fondo, è la grande animatrice di questi nuovi esploratori che si muovono sulla scorta delle informazione che i moderni mezzi mettono a disposizione e che l'utente intende vivere non da spettatore ma da protagonista. Creare, quindi, degli eventi, scollegati tra loro, improvvisati "ad libidine" non favorisce la crescita e lo sviluppo di un territorio. Fornisce solo l'immagine di chi non sa; che non ha una visione di città e dei luoghi che rappresenta. Fare scelte inconcludenti da "fiera campionaria" crea confusione, insicurezza, approssimazione che è perfettamente il contrario delle aspettative.

Se, come sembra, all'orizzonte si profila qualcosa di nuovo, è auspicabile anche il coinvolgimento di tutti i settori professionali, culturali ed imprenditoriali del paese.