STORIE DI MEZZO, "MISTERO AL CASTELLO" DI FRANCESCA CUTINO

L’autrice di questo racconto giallo, Francesca Cutino, oggi giornalista e scrittrice, all'epoca era alunna della Scuola Media “Martiri D’Ungheria” di Scafati (SA). Aveva quasi 13 anni quando scrisse questo racconto con cui vinse il Primo premio UN GIALLO PER LA SCUOLA, un concorso indetto dal Comune di Ferrara per tutte le scuole d’Italia nel 1997.
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MISTERO AL CASTELLO 

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In quel giorno di primavera del 1058, la piccola città dell'Italia meridionale viveva momenti di ansia per l'avvi­cinarsi delle truppe dei nemici Normanni; erano arrivate notizie di saccheggi e assassinii, che rendevano angosciose le notti dei contadini. 

Solo nel castello del Principe Marco le sale illuminate risuonavano di risa festose. Il Principe, un giovane dai folti capelli mori e dai profondi occhi chiari, dimostrava col suo atteggiamento elegante ma altezzoso di curarsi poco del pericolo imminente; aveva già predisposto tutto per la difesa e sapeva che, grazie alle alleanze che si era creato, non sarebbe stato facile per i Normanni impadronirsi delle sue terre. 

Marco era così sicuro di sè che, addirittura, quel pomeriggio aveva invitato i suoi amici più cari per festeggiare le sue prossime nozze; circostanza questa che lo avrebbe legato per sempre alla bella Francesca, figlia del Duca Armando della Casata del Corvo, e Signore di un piccolo Feudo accanto al suo. 

Nella sala, allestita per gli ospiti,  il Barone Dagoberto, il Principe Marchesano e il Conte Giuliano discutevano animatamente, mentre scorreva copioso il vino che il Principe Marco aveva fatto scegliere accuratamente dai vignaioli di Corte e che i servi, si preoccupavano di versare continuamente nei calici degli ospiti. 

A tenere allegra la compagnia con scherzi e giochi pensava Quasimodo, il giullare, un uomo ancora giovane, che viveva al Castello ormai da molti anni e che godeva della simpatia di tutti. Ma, nonostante le apparenze, Marco non si divertiva affatto, poichè il suo orgoglio era stato ferito dal sospetto, divenuto ormai una certezza, che tra la sua futura sposa Francesca e il Barone Dagoberto fosse sbocciato un amore segreto. 

Poco prima, tra Marco e Dagoberto era scoppiata una lite e il Principe aveva accusato l'amico di averlo tradito e lo aveva minacciato. Dagoberto, un giovane dall'aspetto delicato e un pò malinconico, non aveva ammesso nulla di ciò di cui Marco lo aveva accusato; l'intervento degli amici aveva poi calmato gli animi e, dopo l'ennesima bevuta, ognuno si era ritirato per la notte, mentre il Conte Giuliano, ormai ubriaco, già dormiva sui morbidi tappeti della sala delle feste. 

Il mattino seguente, appena sorto il sole, il Castello si animò  nuovamente,  e gli amici si ritrovarono  ormai sobri, nella sala. <<Perchè Marco non è con noi?  Non ha sentito le nostre voci?>>. Nello stesso istante si udirono urla terrorizzate provenire dalle stanze di Marco; Dagoberto e gli altri corsero in quella direzione e videro il corpo di Marco riverso sul letto, con un braccio penzolante, gli occhi rovesciati e la bava alla bocca. Le coperte erano disordinatamente  sparse  a  terra, come se il giovane avesse lottato contro un nemico invisibile. A terra un calice rotto insospettì gli amici. Giuliano gridò: <<Veleno!....>> e poi, guardando fisso Dagoberto: <<Sei stato tu !.... Tu solo odiavi Marco che tra poco avrebbe sposato la tua Francesca!>>. <<No! Non sono stato io!>> Gridò Dagoberto, ma a nulla valsero le sue proteste di innocenza: gli amici chiamarono le guardie del Palazzo, che lo immobilizzarono e lo trasferirono nelle prigioni. 

Solo Quasimodo rimase in silenzio: era perplesso, tutti erano convinti della colpevolezza di Dagoberto, ma come aveva fatto il giovane dalla sua camera a raggiungere inosservato le stanze ben protette di Marco? E come si era procurato il veleno? Quasimodo decise: avrebbe indagato lui, perchè nessuno avrebbe fatto caso a lui, che tutti consideravano un innocuo servo ma che conosceva tutti gli amici del Principe assassinato. 

Mentre pensava a cosa fare, il giullare ebbe un'idea: chi poteva conoscere le proprietà delle erbe velenose meglio di Astolfo, il vecchio erborista che aveva il suo laboratorio nelle cantine del Castello? <<Certamente i sintomi che mi hai descritto corrispondono a quelli  dell'avvelenamento da cicuta>> disse il vecchio, che per il suo aspetto trasandato, il suo  isolamento  e le  sue conoscenze veniva definito "Il mago" dal popolo.

<<E tu ne hai, di questa cicuta?>> Chiese Quasimodo.

<<Sì, anzi ne avevo, perchè proprio oggi ho cercato inutilmente il vasetto in cui la conservavo, e non ricordo più dove l'ho messo: la cicuta è molto pericolosa, per chi non sa adoperarla>>.

Quasimodo pensò: <<Mmmm.....E  se invece l'avesse presa qualcuno che sapeva benissimo come  usare  questo veleno?>>

 Allora domandò al "Mago" se ricordasse chi era entrato nel suo laboratorio in quei giorni, e il vecchio rispose: <<Tante persone  entrano qui: i miei aiutanti, i servi, come vuoi che faccia caso a loro? Però la cicuta è chiusa in un armadio di cui io solo ho le chiavi e.....Aspetta>>  Il "Mago" ricordò all'improvviso: <>>.

 Il giullare sobbalzò: <>>.

<<Sì, me ne ricordo perchè l'ho chiuso dopo che il Conte Giuliano è entrato per chiedermi se avevo visto Dagoberto; ricordo perfettamente di aver chiuso l'armadio dopo che sono usciti insieme>>.­

Dagoberto era stato lì! Aveva avuto l'occasione di prendere il veleno dall'armadio. Quasimodo però non poteva credere che quel giovane così gentile avesse potuto compiere un delitto tanto crudele. 

Mentre il giullare, pensando a queste cose, attraversava il cortile del Castello, si avvicinarono a lui due donne dall'aria circospetta; portavano un velo sul viso, come per nascondersi a sguardi indiscreti, ma Quasimodo le riconobbe subito. La più anziana, grassottella e un pò ansante per aver tenuto dietro l'altra, era la balia della bella Francesca, che era per lei come una figlia. L'altra, giovane e graziosa, era Lilia, la sorella più piccola di Francesca; la ragazza con passo veloce e senza tanti preamboli, si rivolse a Quasimodo:

<<Ascolta, so  che  tu  sei affezionato a Dagoberto e perciò vuoi solo il suo bene. Per il delitto di cui è accusato rischia la condanna a morte e, pensando a questo, mia sorella si sente morire dal dolore. Non parla più con nessuno e Dagoberto non cerca neanche di discolparsi. Tu che conosci tutti qui al castello, cerca di parlargli a dimostrare la sua innocenza>>.

 La balia esplose in un pianto dirotto: <<La mia signora morirà se non si scopre subito qualcosa!>>. 

Il giullare cercò di consolare le due donne, poi, grazie alla sua amicizia con alcune guardie, riuscì ad incontrarsi col prigioniero. Dagoberto si trovava in uno stato di profonda tristezza. Il volto chiuso tra le mani e con le lacrime agli occhi, si chiuse in un ostinato mutismo e le uniche parole che Quasimodo riuscì a strappargli furono: <>>.Francesca dunque sapeva qualcosa! Quasimodo si chiedeva di cosa si trattasse e decise che doveva assolutamente cercare di parlarle. 

Il giorno successivo, il giullare mandò un biglietto alla balia di Francesca per chiederle di incontrare la sua padrona. Dopo qualche ora gli giunse la risposta: avrebbe incontrato Francesca dopo la messa del pomeriggio, dietro la Chiesa, al riparo da occhi indiscreti. 

All'ora stabilita, Quasimodo si recò sul luogo dell'appuntamento e dopo qualche minuto fu raggiunto dalla balia, insieme alla quale si trovava la bella Francesca. La ragazza era veramente splendida, con i capelli scuri mossi dal vento e un abito azzurro che metteva in risalto la carnagione chiara e delicata, ma i grandi occhi verdi  erano tristi e dimostravano di aver versato tante lacrime. 

Non appena vide Quasimodo, dopo essersi assicurata che nessuno li osservasse, Francesca parlò: <<Non possiamo trattenerci a lungo perchè i miei genitori si insospettirebbero, perciò ti dirò subito perchè ho accettato di incontrarti. Dagoberto non parla perché dovrebbe ammettere che la sera della festa, dopo la lite con il Principe Marco, ci siamo incontrati segretamente nei giardini del Castello>>.

<<Povera ragazza­>> Esclamò il giullare. <<Ora capisco. Se questo appuntamento fosse diventato pubblico quando eravate ancora fidanzata col Principe, sareste stata disonorata e cacciata dalla vostra famiglia!>>. 

 La ragazza rispose piangendo: <<Sì, ed è per non disonorarmi che Dagoberto non parla, ma ora non mi importa più di nulla, Marco è morto ed io non voglio che anche Dagoberto mi lasci per sempre. Aiutami a salvarlo,Quasimodo, o morirò anche io!>>. 

La ragazza piangente e la balia che cercava di consolarla, lasciarono Quasimodo in preda ad una profonda commozione. <<Ma come  aiutare Francesca senza rivelare a tutti il suo segreto d'amore?>> In preda a questi pensieri, il giullare trascorse una notte agitata e il mattino successivo, sperando di rischiararsi un pò le idee, si recò nella sala dove si era svolta la festa. Ormai, nel Castello divenuto troppo tetro dopo i recenti luttuosi avvenimenti, i suoi scherzi di giullare  non erano molto graditi e perciò poteva muoversi a suo piacimento nelle sale del Palazzo. 

 Curiosando tra alcuni documenti del defunto Principe gli scivolò dalle mani un foglio sottile di pergamena. Si chinò per raccoglierlo e  notò con stupore che un angolo del foglio si era infilato tra il pavimento e la parete, come se il muro fosse solo appoggiato al pavimento stesso. Quasimodo ebbe un attimo di esitazione: <<come era possibile?>> Poi un'idea si fece strada nella sua mente: <<che ci fosse un passaggio segreto e che quel muro così strano fosse in realtà una porta?>> Bisognava però aprirla e Quasimodo trascorse tutta la mattinata per capire come fare, stando sempre all'erta che nessuno lo vedesse. Stava quasi per rinunciare, quando casualmente infilò due dita in una piccola fessura seminascosta tra i mobili della sala. Il muro sembrò sollevarsi di qualche centimetro e una porta girò sui cardini: aveva scoperto un passaggio segreto. Cautamente, facendosi luce con una lampada ad olio si infilò in uno stretto corridoio, che evidentemente correva lungo le pareti delle altre sale, salì alcuni gradini, finchè si trovò davanti ad una porta. L'aprì con circospezione e quale  fu la sua sorpresa quando si ritrovò nella stanza da letto del principe Marco. La stanza era buia, con le finestre ben chiuse, ma Quasimodo si rese conto di esservi entrato uscendo da un armadio che nascondeva la porticina segreta.  <<Ecco  come è stato ucciso Marco! Qualcuno dalla sala della festa è arrivato qui non visto. Ma chi? Non certo Dagoberto, che era con Francesca, nè gli amici, che festeggiavano insieme. Quella notte erano tutti ubriachi: chi è rimasto solo durante la notte nella sala quando gli altri sono andati a dormire?>>.

Mentre frettolosamente Quasimodo ripercorreva il corridoio segreto, fu attratto da qualcosa che raccolse da terra: era una boccetta: la boccetta della cicuta! Un'idea si fece stradanella sua mente, ma era ancora confusa. Quasimodo si chiese come avrebbe potuto smascherare l'assassino, mentre, uscito dallo stretto passaggio, richiudeva la porta segreta. Non poteva affrontare a viso aperto l'assassino, sarebbe stato troppo pericoloso per lui e, se non fosse riuscito a portare a termine il suo compito, sarebbe stata la fine per Dagoberto e Francesca. Aveva bisogno di aiuto, ma non sapeva di chi fidarsi e, incerto e preoccupato, lasciò che l'intera serata trascorresse senza giungere ad alcuna decisione. Il mattino seguente fu svegliato da voci concitate; chiese cosa stesse accadendo e gli fu riferito che erano giunte voci  che  i  Normanni si stavano avvicinando sempre di più.

Quasimodo si rese conto che l'assassinio del Principe e tutto il trambusto che ne era seguito gli avevano fatto dimenticare il pericolo rappresentato dai nemici. Il Castello era senza un  Signore, mentre un giovane e valido guerriero era rinchiuso in prigione; tutto ciò gli imponeva di risolvere il mistero al più presto. 

Senza più esitazioni, dopo aver parlato brevemente con il capo delle guardie del Palazzo, si recò dal Conte Giuliano, che, in qualità di più fedele amico di Marco, dirigeva il Castello, in attesa che si chiarisse a chi sarebbe toccato il Feudo. Il giullare lo trovò nello studio di Marco, intento a studiare antiche mappe del Castello. <<Caro Quasimodo, la tua visita mi è gradita >> Disse Giuliano <<Come vedi, sto studiando la mappa  del Castello per organizzarmi meglio la difesa. Ma cosa desideri?­ >>.<< Mio signore, sono venuto a chiedervi consiglio, anche se mi rendo conto che il momento è poco adatto. Ho trovato questa!>> E gli mostrò la boccetta della cicuta.­ << Credo che abbia contenuto il veleno che ha ucciso il nostro Principe, ma non so cosa debbo farne>>. Il Conte Giuliano trasalì, pallido in viso:<<Dove l'hai trovata?­ >> Con un sorriso amaro, Quasimodo rispose: <<Siete certo di non saperlo?>> Giuliano balzò in piedi e, con voce colma d'ira, gli urlò: <<Come osi, vile servo? Credi forse di poterti permettere di parlare così con me, solo perchè per anni il Principe Marco, e prima di lui suo padre, ti hanno accolto con benevolenza al Castello? Ricordati che sei solo un giullare, non provare a sfidarmi!>>. 

Con voce ferma, Quasimodo rispose: <<E' proprio per l'amore che portavo al Principe Marco e a suo padre che non posso tacere. Marco era arrogante, qualche volta mi ha punito duramente, ma mi voleva bene ed un guerriero coraggioso come lui non meritava di morire così per mano vostra>>.

 Giuliano, insieme irritato e stupito, disse:<<Come fai ad affermare che io l'ho ucciso? Quali prove hai per dire questo?>>

 Quasimodo rispose: <<Voi siete entrato nel laboratorio dell'erborista, quando questi, per preparare una tisana a Dagoberto, aveva lasciato aperto l'armadio dove teneva la boccetta della cicuta. L'avete presa senza che nessuno se ne accorgesse e avete pensato di far cadere la colpa su Dagoberto. La sera della festa avete finto di addormentarvi ubriaco nella sala, così durante la notte siete rimasto solo e siete andato da Marco per ucciderlo. Solo voi, l'amico più caro, potevate conoscere l'esistenza del passaggio segreto e, comunque, avreste potuto averlo scoperto grazie a quelle mappe  del Castello che tante volte avete consultato insieme a Marco per stabilire le strategie di difesa contro i Normanni. Ma perchè lo avete ucciso, voi, il suo amico?>>. 

Il Conte rise:<<Amico? Io odiavo Marco, per la sua ricchezza, per il suo potere. Ma ora tutto sarà mio: ho liberato i Normanni  da un pericoloso avversario e per questo essi mi concederanno  in premio le terre di Marco. Tu non potrai dirlo a nessuno perchè ti ucciderò. Nasconderò il tuo corpo nel passaggio segreto e nessuno ti troverà più!>>.

Il Conte stava stava già alzando la spada per colpire Quasimodo, quando fu bloccato dalle guardie del Castello: il giullare, prima di recarsi da Giuliano, aveva chiesto al capo delle guardie di seguirlo e di proteggerlo. 

Il Conte fu imprigionato; in seguito le terre di Marco furono assegnate ad un suo cugino che le difese validamente contro i Normanni e, forse,  Quasimodo versò qualche lacrima quando Dagoberto e Francesca varcarono la soglia della Cattedrale, finalmente sposi. 

F I N E

 

 by Francesca Cutino  (Marzo 1997)

L’autrice di questo racconto giallo, Francesca Cutino, oggi giornalistaa e scrittrice, all'epoca era alunna della Scuola Media “Martiri D’Ungheria” di Scafati (SA). Aveva quasi 13 anni quando scrisse questo racconto con cui vinse il Primo premio UN GIALLO PER LA SCUOLA, un concorso indetto dal Comune di Ferrara per tutte le scuole d’Italia nel 1997.